Manicomio di Granzette – destinazione d’uso

luglio 1, 2011

Rovigo, 1 luglio. Nessuna ristrutturazione della dismessa area manicomiale può avvenire cancellando la memoria dell’Ospedale Psichiatrico. Ogni recupero della superficie deve prevedere uno spazio adeguato per una “memoria manicomiale” attiva, che si faccia presente. Per una riconciliazione nazionale con le vittime manicomiali. Con il restauro visionario del dipinto murale del 1° maggio 1979.

.                  

Quale ristrutturazione del manicomio di Granzette
Nessuna ristrutturazione della dismessa area manicomiale può avvenire cancellando la memoria dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale. Ogni recupero della superficie deve prevedere uno spazio adeguato per una “memoria manicomiale” attiva, che si faccia presente. Non si può fare un mega supermercato, un campus universitario o una Rovigo-2, al posto dell’ex Ospedale Psichiatrico, cancellando una memoria di storia profondamente intessuta nella società e nel territorio. Perché dimenticare, produce violenza. Si è già detto in queste pagine, di come la società non possa farsi presente e divenire se non introiettando, metabolizzando, il manicomio-carcere per i diversi da lei stessa prodotto.
  
.
Esorcizzare il manicomio per liberare la nostra umanità
Ripreso da “Storie e leggende del manicomio di Granzette”
E’ nostra convinzione (della Redazione) che l’Ospedale Psichiatrico Provinciale sia stato un “campo di concentramento” prodotto dall’”Istituzione totale” per richiudervi i diversi, gli “altri”. Migliaia e migliaia di persone private della libertà, sottoposte a costrizioni e torture, fisiche, chimiche (tipo insulinoterapia), ed elettriche: basti pensare ad alcuni pazienti sottoposti addirittura duemila elettrochoc con apposite mordacchie a soffocare le loro urla in un silenzio cristallizzato di tragedia. Le sofferenze, il dolore, l’inebetimento e le urla dei disperati, sono impregnate fra le mura dei padiglioni, nella corteccia degli alberi, fra gli edifici in abbandono.
Il manicomio resterà un luogo di dolore e di tragedia sociale finché non verrà esorcizzato, in modo adeguato, il dolore di questi martiri sacrificati come capri espiatori dalla nostra conforme società. Finché non ne verrà elaborato il lutto. Come Redazione Biancoenero si è già fatta una manifestazione legale di esorcizzazione con la “Visita guidata al manicomio di Rovigo” del 9 settembre 2000, con Cristiano Cattin che, a latere della “visita” e accompagnato da due percussionisti, vociava per ore i nomi dei ricoverati dell’anno 1975. Ma non basta. Occorre istituire, almeno in un padiglione, una sorta di museo della memoria, dove conservare anche i nomi dei degenti incarcerati, organizzare visite guidate di parenti e conoscenti, manifestazioni liberatorie, rituali sociali di “riconoscimento” di questo carcere dove è stata rinchiusa anche una parte della nostra coscienza collettiva e umana. Liberare finalmente il manicomio, e la sua memoria, per liberare anche la nostra umanità!
Dall’archivio del manicomio. Sabato 23 dicembre 1989, festa natalizia ore 15-18, al nuovo centro per dimissionabili presso il residuo psichiatrico di via Chiarugi. Gian Carlo Saccardin e Francesco Verza alla guida della Tribù scaronge, di fronte ad un pubblico numeroso e partecipe di paesani e autoctoni. A seguire altre immagini dalla stesso avvenimento collettivo. Memorandum: cercare Verza o Saccardin per “significare” più persone di questa affollata festa natalizia.
.

Perdere di memoria nella società del consumo
Siamo una società che perde di memoria e questo produce violenza perché di-menticare vuol dire fuori di mente, fuori di testa. Dimenticare le nostre radici, le nostre tragedie, è incapacità di elaborare il lutto. L’elaborazione del lutto, in modo dotto, è la ritualità nel sussumere (prendere su di sé) i dati e la realtà. Se la memoria è la capacità di conservare e richiamare alla coscienza sensazioni, passioni, immagini e nozioni dal passato, quella indotta dall’omologazione del consumismo trattiene e registra solo dati. La nostra società, sempre più stitica e mercificata tende a incamerare e trattenere tutto e se proprio deve svuotare, perdere di memoria, quello che se ne va non sono i fatti e gli elaborati ma la capacità di sentire entusiasmo o pena. *[In appendice una riflessione più dettagliata sulla dimenticanza]
                                      
                                             Lauro, Demetrio e Gino
.
Le ultime proposte di recupero dell’area manicomiale
L’Asl 18 non ha alcuna intenzione di vendere l’area manicomiale dismessa, le serve per far quadrare il bilancio dell’azienda: anno dopo anno il valore assegnato all’area è pari al passivo di gestione. Infatti, nel passato sono rimaste inascoltate ben due proposte di acquisto, tramite una agenzia immobiliare cittadina, da una ditta di Milano e da una tedesca.
Ora, nel recente periodo elettorale, delle amministrative per il comune di Rovigo, il tema di riutilizzo dell’area manicomiale è stato ripreso, a parte una troppo generica proposta del Movimento 5 stelle beppegrillo.it, da Matteo Masin, candidato sindaco di FDS-Verdi e di due liste civiche di Granzette e di Borsea: «la progettualità per il recupero dell’ex Ospedale psichiatrico di Granzette, con la creazione di una Città dei servizi».
Tale progettualità viene sottoscritta da Matteo Masin nel successivo “apparentamento” col candidato sindaco Federico Frigato, al sesto, di dieci punti programmatici: «ex ospedale psichiatrico provinciale di Granzette: evitare qualsiasi cambio di destinazione d’uso e attivazione di un tavolo di confronto con regione, Provincia e altri Enti per definirne le forme di un suo riutilizzo a fini sociale e collettivi…».

Federico Frigato: «Recupereremo l’ex ospedale psichiatrico di Granzette»
Federico Frigato rilancia la proposta, che sta molto a cuore agli abitanti di Granzette, nell’assemblea pubblica elettorale della sera del 26 maggio, presso le scuole elementari del paese. “Ci impegniamo – dice – a mettere in piedi un tavolo tecnico di discussione per il recupero dell’area entro le prime settimane di amministrazione. A questo tavolo parteciperanno anche rappresentanti dei cittadini di Granzette. Ed entro i primi sei mesi daremo il via allo studio della progettualità per il recupero dell’area. Le opzioni sono diverse e vista la vastità dell’area tutte praticabili. Penso in particolare alla realizzazione di un campus universitario a cui ne va affiancato uno sportivo. Per cercare la soluzione migliore – conclude il candidato sindaco – utilizzeremo anche concorsi di idee”.
                  Giovani di Granzette – crescono, in festa al residuo psichiatrico
.
La buona volontà di dimenticare la tragedia prodotta
Come si vede, manca completamente, anche nella buona volontà di recuperare in modo consono l’area dismessa del manicomio di Granzette, ogni intenzione ed idea di conservare almeno un piccolo scrigno di memoria dell’Ospedale Psichiatrico. Anche fra gli abitanti di Granzette, così intessuti a livello sociale, ed economico, da questa struttura. Una sorta di dimenticanza sociale, della tragedia consumata tra quelle mura con una complicità sociale ben definita. Occorre contrastare energicamente questo vuoto di memoria, questo buco nero, che erode la coscienza sociale e rilanciare un progetto di ri-conciliazione con le vittime manicomiali, perché nei loro confronti, “per quanto noi ci sentiamo assolti, siamo lo stesso coinvolti”, per citare Fabrizio De Andrè.
                                   Carla guarda e osserva la festa
.
Memoria manicomiale
Per una ri-conciliazione nazionale con le vittime del conformismo sociale
Istituire a livello nazionale un “Giorno della memoria dei matti”, in data 13 maggio a ricordare quel giorno del 1978 quando fu promulgata la legge 180 di chiusura dei manicomi. In questo contesto, per un museo attivo della memoria del manicomio di Granzette, si propone di adibire a tale scopo almeno un padiglione dell’area dismessa manicomiale. Dove sia narrata la storia del manicomio di Granzette, come appendice a quelli italiani soppressi dalla “Legge Basaglia” del 1978. Per raccogliere ed ordinare carte, schede, documenti. Per ri-cordare col cuore, e dare dignità, alle migliaia di persone lì incarcerate: autentici martiri di una società sempre più omologata e conforme[Che costernazione trovare fotografie abbandonate nei cassetti dei reparti e poi ramazzate e seminate a terra, con sfregio, da teppisti lasciati comodamente girovagare per l’area!]. Per organizzare le “stanze” della vita quotidiana, i manufatti e l’oggettistica, per cominciare a raccogliere sistematicamente le testimonianze degli ultimi degenti ancora vivi nel territorio… Per tracciare le “mappe sociali” ed i “metodi” di cura durante gli anni di attività del carcere manicomiale, per organizzare incontri ed eventi sulla “mattità sociale” e creare un polo pulsante di testimonianza attiva e resistente sui manicomi chiusi ufficialmente nel 1978 ma “diffusi”, in modo variegato, nella società odierna…

Il Centro Ospiti, 15 ottobre 1993, dove potrebbe nascere il Museo della Memoria del Manicomio di Granzette. Sul lato destro è pitturato il dipinto murale.
.
Il dipinto murale del 1° maggio 1979
Se puoi vedere guarda, se puoi guardare osserva – dal libro dei consigli
Il manicomio libera tutti. Dentro un progetto di recupero della memoria, la luce – il punto focale, può partire dal restauro del murale a lato del Centro Ospiti. Un’operazione collettiva che può gettare uno spiraglio di luce sulla dismessa area manicomiale. perché, se c’è un’opera di profondo valore sociale e culturale, è il dipinto murale realizzato dal Collettivo Immagine nella grande festa del 1° maggio 1979 a sancire un patto sociale di liberazione: un grande sogno di una utopia visionaria, e fragile, che deve essere conservata per colorare e rivitalizzare un presente sempre più omologato e narcotizzato. In quegli anni gli attivisti dell’apertura dei manicomi, pensavano che non ci potesse essere liberazione-evoluzione sociale se non assieme agli ultimi ai “matti”. Tutti assieme per una caleidoscopica società dei diritti e dell’umanità. I “folli” dei “gruppi sociali” chiedevano addirittura uno spazio dismesso nell’area manicomiale per realizzarvi un “centro sociale”, un polo di aggregazione umana proprio dentro il manicomio. Da lì, nella “visione” illustrata sul muro, sarebbe partita una “carovana dei folli” verso la libertà, matti e “diversi”, di razza e di costumi sociali, a trascinare “fuori” il manicomio. Si tratta di un dipinto murale di grande rilievo culturale ed impatto visivo, ma fragile, nella sua stessa essenza visionaria. Un affresco che, come le idee espresse, si è deteriorato e consumato poco a poco nello gnorri gnorri generale.
Del 1995 è una proposta all’assessorato alla Cultura del comune di Rovigo per un suo restauro e per una richiesta alla Sopraintendenza per i beni artistici e storici del Veneto affinché venisse dichiarato monumento artistico da proteggere e tutelare. «Vogliamo attivarci per salvare e restaurare quel dipinto? – Si scriveva su Biancoenero di maggio 1995. – Salvarlo per recuperare una parte di storia, una memoria che dal passato si proietti al presente ed oltre, una memoria di futuro?». Ma l’appello cadde nel vuoto e l’assessore alla cultura del comune di Rovigo dell’epoca, tal Gabbis Ferrari, era troppo impegnato a curare la regia delle opere di un suo “compagno di merende”, tal Gianni Sparapan, proprio al Teatro Sociale di cui era assessore, per preoccuparsi di promuovere una vera e propria “cultura” nel territori. 

Le misure. Il dipinto murale, sulla parete del reparto “lavoratori uomini”, poi diventato Centro Ospiti, misura 4,57×8,40 metri con figure, tipo l’indiano o il tamburista, alti 1,34 m. In effetti la realizzazione del dipinto ha coinvolto numerose persone e per circa un mese, a partire dal 1° maggio del 1979. E’ un’opera sedimentata in una cultura collettiva, di area dei “gruppi sociali, ma realizzata sotto visione e la guida di pittori come Aristide Bianchi, Gigi Gioli, Pierino Marcello, Gianni Bianchi, Andrea Nese.
“Animazione” per il dipinto murale del 1° maggio 1979 al manicomio di Rovigo
.
Il restauro fotografico
Se il dipinto murale è ormai sbiadito nel tempo e nella memoria, dopo una settimana di duro lavoro grafico (con Adobe Photoshop) si è in grado di presentarne il restauro, almeno fotografico, a colori realistici, ma non esattamente veritieri. In una versione datata 1991 con Maria Sanità a latere. Una vera e propria gioia per gli occhi e per la mente. Per recuperare una vera e propria marginalità dello sguardo** [In appendice una riflessione più dettagliata sulla marginalità dello sguardo laterale].

Restauro fotografico, da una immagine del 1991 con Maria Sanità, della “Carovana dei folli”, dipinto murale del Collettivo Immagine eseguito in data 1° maggio 1979 presso il manicomio di Rovigo.
                                                 —-[###]—-
      
.

Pertinenze
Dal museo della memoria
Granzette, 2 luglio 201… In questo torrido pomeriggio estivo può essere confortevole, nella quiete dell’area psichiatrica recuperata, entrare nel padiglione del Centro Ospiti, adibito a museo della memoria manicomiale, a visitare alcune “stanze” di vita quotidiana. Sopra, in una cameretta da letto, conservata con vari effetti personali, note e appunti di vita e diari di degenza, è appesa, fra le altre,  anche una immagine che “fissa” un bel momento e ricordo di vita relazionale, della persona qui prima, e per decenni, “manicomializzata” e poi, tra virgolette, “ospitata”.

– Sabato 23 dicembre 1989, al nuovo Centro per dimissionabili (ex Centro ospiti donne) presso il residuo psichiatrico di via Chiarugi, si svolge una festa natalizia dalle ore 15 alle 18, col gruppo musicale della “Tribù scaronge”. Una festa molto animata che coinvolge oltre ottanta persone fra degenti, operatori e com-paesani di Granzette. Nella fotografia, fra autoctoni, operatori e forestieri, si denominano: al microfono Gian Carlo Saccardin con a lato il chitarrista Francesco Verza, Alberto Pozzato, Gianfranco Avanzo, Toni Pizzardo, il pasticciere di Granzette assieme alla moglie, Ottavio Frezzato, Caterina Casonato, Ermes Pizzardo, Donatella Visentin, Maria Minardi, Dante Segala, Oscar Ferrari.
                    
[Riflessione: in questa diafana ombra di memoria, perché per fare luce occorrerebbe almeno de-scrivere la storia di ogni persona ed il contesto sociale esterno, viene da pensare a quali motivazioni spingevano decine e decine di paesani ad andare a fare festa, non con i notabili o con i faccendieri di partito o istituzionali in qualche bella sala cerimoniale, ma con i “matti” del manicomio, perché di “matti” – si chiama sindrome da degenza in Ospedale Psichiatrico (per il solo fatto di esistere il manicomio produce malattia e disagio sociale), si trattava].
.
Specifiche
Il museo della memoria di manicomio in Italia

Attualmente in Italia sono tre i centri attrezzati (a Roma, Venezia e Reggio Emilia) a conservare e documentare la memoria del manicomio e le vicende della psichiatria in Italia.

1 – Il Centro di Documentazione di Storia della Psichiatria
Istituzione scientifica sorta nel 1991 presso l’ex Istituto Neuro-Psichiatrico “San Lazzaro” di Reggio Emilia.

2 – Il Museo del Manicomio di San Servolo –  Venezia
“La follia reclusa”. Il museo raccoglie i reperti appartenuti al manicomio di San Servolo, che ha caratterizzato la storia dell’isola dai primi del ‘700 fino al 1978. Lo scopo principale del Museo è quello di mettere in evidenza – attraverso reperti specifici, didascalie e pannelli esplicativi – la dimensione emarginante e segregante dell’istituzione manicomiale.

3 – Museo Laboratorio della Mente – Roma
II Santa Maria della Pietà a Roma è un punto di riferimento imprescindibile in ambito psichiatrico per studiosi, ricercatori e operatori della salute mentale. Dopo cinquecento anni di storia, dalla sua fondazione come Ospedale dei poveri forestieri e pazzi, e a trent’anni dalla sua chiusura come complesso manicomiale, è oggi riconvertito in luogo da esplorare, laboratorio per la conoscenza e la critica del modello manicomiale.

INOLTRE – Il manicomio di Nocera Inferiore
               – La follia tra divinità e isolamento 
.
.

APPROFONDIMENTI
– il contesto
> Cronache dal manicomio di Granzette, Rovigo
Granzette, 25 novembre 2008. Cronache manicomiali, sotto forma di appunti di viaggio illustrati, degli interventi sociali nell’Ospedale Psichiatrico di Rovigo dai primi anni settanta ai primi anni novanta. Un pezzo di storia rimossa anche dai pochi documenti ufficiali proprio perché gli interventi stavano dalla parte dei vinti. Cronache: – il Centro Atomico al manicomio, primi anni settanta; – la Festa di Liberazione, I maggio 1979; – la Tribù Scaronge, anni ottanta; – Tutti i colori della festa, I maggio 1991; e altro ancora, fino al 2004. Con epiloghi vari.
 

RIFERIMENTI 1
>
Manicomio di Rovigo: festa di liberazione
Il Primo maggio 1979, organizzata da Gruppo Sociale Rovigo – Gruppo Intervento Granzette, col patrocinio dell’Amministrazione Provinciale, si tiene la più notevole festa di “liberazione” del manicomio di Rovigo, a un anno della Legge 180 (di apertura dei manicomi di Franco Basaglia). Il manicomio, relegato ai margini – in zona di confine, rientra nella società, coi suoi limiti, le sue risorse, le sue contraddizioni, la sua ansia di libertà.

RIFERIMENTI 2
> Storia e leggende dal manicomio di Granzette
Rovigo, 16 agosto 2010. Una appendice storica, con leggende attuali, alle “Cronache dal manicomio di Granzette”: Il manicomio durante la guerra 1940-45, il tesoro dei tedeschi al manicomio, il (misterioso) deposito sotterraneo, la Stazione Sperimentale di Pollicoltura, la “madonnina” del manicomio di Granzette, urla manicomiali di luna piena,  manicomio “zona d’ombra” metropolitana,  il “guardiano” del manicomio di Granzette, la mappa dell’”isola del manicomio”, infermieri – ladri – teppisti e “stalker” al manicomio di Granzette, visioni fotografiche.

RIFERIMENTI 3
> Proposte e prospettive del manicomio di Rovigo
Rovigo, 16 settembre 2010
. La chiusura definitiva del manicomio di Rovigo avviene il 31 dicembre 1997 e, da quella data, nascono diverse proposte di riutilizzo dell’area. Che restano inevase a 13 anni di distanza.
E le prospettive?
                                        
.
APPENDICE uno
Se ri-cor-dare mette in campo il cuore
*LA DIMENTICANZA RENDE LIBERI
Ricordare mette in campo il cuor (cor) non la memoria. E il cuore è un o-rologio a cui assegniamo da tempo il compito di registrare l’intensità delle nostre emozioni, delle nostre passioni. Se le parole hanno una loro saggezza, la memoria che dura è solo quella che si nutre di passioni o ne accende. Per il resto, vige la dimenticanza: l’esperienza esce dalla mente e se ne va, persino quando è scritta, documentata, schedata… Perché ciò che se ne va spesso non sono i fatti (oggi conserviamo memoria di tutto) ma la nostra capacità di sentire entusiasmo o pena.
Ricordare è trattenere presso di sé, con passione, con patimento; di-menticare è svuotarsi con leggerezza, espellere, dà piacere come ogni operazione organica di espulsione: equivale a ruttare, orinare, defecare. Ricordare invece è avvampare, tendersi è impedirsi di dimenticare, è in un certo senso negarsi un piacere “naturale” per darsene uno più “artificiale” che è effetto di una negazione. Brutta cosa, perché dimenticare la morte, la distruzione, le tragedie create dalla legge del profitto e dalla disumanità – farsele uscire dalla mente – significa vivere in una beata, gradevole incoscienza. Ricordarsene comporta invece disciplinarsi in modo da considerare quello che è successo come riproponibile, considerare negli eventi moderni avvisaglie o riproposizioni delle tragedie del passato, cercare di far cambiare rotta a movimenti che vanno verso la rovina.
Sicché è ovvio che la linea di tendenza di massa è dimenticare per non complicarsi la vita. Tanto più che dimenticare è condizione indispensabile per il culto del nuovo. Ed il nuovo, l’ultimo modello, in tempi come i nostri è l’anima del commercio, del consumismo che consuma la memoria e la passione. Narcotizzare la passione, questo è il punto. Senza la passione di ricordare, i supporti della memoria sono solo relitti nel grande fiume vincente della dimenticanza. E così la “società dei consumi” può vendere e fare mercato anche della “memoria”, quella che nasce dalla dimenticanza, quella che va celebrata con fredda retorica, quella che va conservata nei musei, incrostata di dimenticanza e vuota di passione e di sentimento.
Da un articolo, riletto, di Domenico Starnone del 1998.
                                      
                                      Disegno di Charles Le Brun
.
APPENDICE due
**Aprire il tempo dello sguardo laterale – spazio di resistenza
Sono i matti dei margini e non i decisori centrali a sapere già la verità
Il centro è cieco, la verità si vede dai margini. E’ una affermazione di metodo propria degli studi post-coloniali e anche della più recente “antropologia della prossimità”. Possiamo chiederci il perché di questa distonia ottica che rende così cieco (e ottuso) il “centro” e così lungimirante il “margine”. Che acceca chi in teoria avrebbe tutti gli strumenti per guardare ad ampio raggio, e al contrario rende visionario chi in teoria dovrebbe essere “tagliato fuori”. Una risposta – ineccepibile – la offre la letteratura più radicale della galassia post coloniale statunitense, quella ascrivibile al femminismo nero, ben testimoniata da Bell Hooks con il suo Elogio del margine. Qui la capacità di aprire il tempo dello sguardo laterale è ascritta al suo carattere di “spazio di resistenza”. Alla bidirezionalità di quello sguardo, rivolto contemporaneamente verso l’interno e l’esterno; libero dunque. Non prigioniero. E alla sua irriducibilità al mainstream e al peso falso che lo connota. Chi se ne fa portatore sa, durissimamente, chi è e cosa non intende diventare. A lui si addicono le strofe di Bob Marley «Rifiutiamo di essere ciò che voi volete farci essere, siamo quel che siamo e voi non ci potete fare proprio niente». Ma è possibile affiancare a questa anche un’altra ipotesi. Ed è che il centro è cieco perché sta crollando. Perché il mondo di cui si è fatto centro sta “venendo giù”. E come nella Bisanzio cantata da Guccini – «sospesa tra due mondi e tra due ere – sono i barbari dei confini, non i senatori del Campidoglio, a sapere già la verità». Marco Revelli, il manifesto, 1 luglio 2011
              Hooks Bell, Razza, sesso e mercato culturale, Feltrinelli 1998
.
.
.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: